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FAVIGNANA, grande e popolata,
soprannominata “la farfalla” per la sua forma allungata e
stretta al centro. Chiamata “Aegusa” dai Greci, deve il suo nome
attuale al vento Favonio, che sempre la lambisce, rendendone
mite e fresco il clima.
Difficile immaginare che questo mare splendente si sia macchiato
del sangue di tutte le battaglie navali che nei secoli sono
riuscite a sconvolgerlo, come quella, decisiva, combattuta nel
241 a. C. tra la flotta romana guidata dal Console Lutazio
Catulo contro la flotta cartaginese guidata da Amilcare Barca,
che sancì la vittoria dei Romani sui Cartaginesi e l’inizio
dell’occupazione delle Egadi da parte dei Romani.
Del resto non solo le notizie storiche, ma anche i reperti
archeologici trovati nei fondali adiacenti, non lasciano dubbi.
Presso Cala S. Nicola, a nord-est dell’isola, si trova il “Bagno
delle Donne”, una grande vasca quadrata scavata nella roccia
calcarea, che riceveva acqua dal mare attraverso un cunicolo; le
tracce di un mosaico ritrovate e il tipo di costruzione la fanno
risalire all’epoca romana.
In questa stessa cala si trovano svariate grotte ad uso
abitativo e sacro, che presentano graffiti preistorici ed
incisioni del periodo punico, e alcune tombe, sia puniche che
cristiane, palesi indizi anch’esse di antichi insediamenti.
E tante altre cale si snodano lungo la costa frastagliata
dell’isola, più o meno frequentate o conosciute, di una bellezza
emozionante e superba. Cala Rossa, Cala Azzurra, Grotta Perciata,
il Burrone, Cala Stornello, Cala Rotonda.
Anche se al primo impatto l’isola può mostrare di sé un aspetto
arido, subito “rimedia” agli occhi del visitatore più attento,
prodigandosi con tutto lo splendore della sua inaspettata
vegetazione, che qua e là si affaccia non solo dalla sua
campagna, ma addirittura da giardini, anche ipogei, ricavati
dentro dismesse e antiche cave di tufo.
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LE
STRUTTURE RICETTIVE DI FAVIGNANA |
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Il tufo, insieme con la pesca e
l’agricoltura, in passato ha rappresentato una delle più
importanti risorse economiche per la popolazione di Favignana:
tagliato a blocchi, veniva esportato in tutta la Sicilia e nel
nord dell’Africa.
E perfino i Saraceni hanno lasciato l’antica traccia della loro
presenza sull’isola, attraverso le tre torri di avvistamento
costruite una sul porto, una in località Torretta, e infine una
sul Monte S. Caterina, poi trasformata in forte da Ruggero il
Normanno nel XII secolo, ampliato e fortificato infine nel XVII
secolo dagli Spagnoli.
Nel 1794, quando i Borboni cominciarono ad inviarvi i patrioti
dei vari moti insurrezionali costringendoli in condizioni di
prigionia inumane, ebbe inizio il suo triste destino di carcere.
Dopo lo sbarco di Garibaldi a Marsala, nel 1860, la folla che
liberò gli ultimi rinchiusi devastò nella sua furia l’interno
delle celle e ogni cosa che potesse ricordare tanta ingiustizia.
L’edificio comunque rimase in piedi e venne trasformato in
semaforo, funzione che però andò in disuso, poiché spesso il
picco montuoso è avvolto dalle nuvole, risultando pertanto
invisibile ai naviganti.
Nel tempo, diverse tonnare si sono avvicendate sull’isola, fino
a quella, oggi solo superbo esempio di archeologia industriale,
impiantata dalla famiglia Florio, grazie alla quale Favignana
visse un periodo di grande splendore economico dalla seconda
metà del 1800 fino alla sua chiusura. Città dentro la città, la
tonnara dava lavoro alla maggior parte degli abitanti,
garantendone il benessere economico e la buona qualità di vita.
Altra imponente testimonianza della presenza della famiglia
Florio è l’elegante palazzo Liberty della prestigiosa famiglia,
edificato nel 1870 dall’architetto palermitano Giuseppe Damiani
Almeyda nei pressi del porto, oggi sede del Municipio.
Testi di
Gabriella Malizia
Giovanni Tranchida
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